Tumore alla tiroide: diagnosi e nuove terapie

Il tumore alla tiroide è la neoplasia del sistema endocrino più diffusa e il sesto tipo di tumore, per frequenza, nelle donne, con un rapporto maschi/femmine di 3/1. Nel 90% dei casi origina dalle cellule follicolari tiroidee che sono le cellule che producono gli ormoni tiroidei (fT3 e fT4), e prende il nome di adenocarcinoma papillare o follicolare, caratteristiche che permettono di definirlo come “tumore differenziato”.

I casi di tumore alla tiroide sono in aumento

L’incidenza di tale neoplasia è in aumento principalmente a causa di due fattori: il miglioramento delle tecniche diagnostiche che permettono di riconoscere sempre più precocemente la presenza di noduli tiroidei anche di piccole dimensioni e la maggiore esposizione a fattori di rischio ambientali (inquinanti, agenti tossici, radiazioni ionizzanti).

La diagnosi del tumore alla tiroide

In assenza di sintomi specifici e quando i noduli sono non palpabili e non rilevabili, la maggior parte delle diagnosi avviene in modo ‘incidentale’ ossia nel corso di indagini diagnostiche, come eco-color-doppler di vasi del collo, o ecografie del collo per sindromi aspecifiche. Anche in corso di PET/CT per altre patologie oncologiche non è raro riscontrare noduli ad elevato metabolismo.

Gli esami di approfondimento

Il sospetto diagnostico viene generalmente risolto mediante l’esecuzione di esame citologico su agoaspirato. La questione centrale, in presenza di un nodulo tiroideo neoplastico è la sua ‘stadiazione’. Questo termine indica la valutazione delle caratteristiche che portano alla scelta del relativo trattamento. A seconda del profilo di rischio del nodulo si opta per la chirurgia (parziale o radicale) e l’eventuale stadiazione e/o trattamento a base di radioiodio (I131).

Il trattamento con radioiodio: vantaggi e rischi

Il trattamento con radioiodio ha tre obiettivi principali:

1) definire il profilo di rischio;

2) distruggere eventuali foci di cellule tiroidee residue dopo l’intervento (sia non patologici che patologici);

3) localizzare e trattare eventuali localizzazioni di malattia, quali metastasi linfonodali e/o a distanza;

4) rendere il dosaggio della Tireoglobulina un marker idoneo per il follow-up.

Il dibattito scientifico sulle nuove terapie

Riguardo all’indicazione all’impiego dello I131, è presente un forte dibattito all’interno del mondo scientifico con punti di vista contrastanti. Secondo alcuni studi, l’assenza di una corretta stadiazione può portare i pazienti a non essere trattati tempestivamente e a una peggiore prognosi. In fase post-chirurgica, anche nei pazienti a basso-intermedio rischio l’utilizzo del radioiodio e la successiva scintigrafia estesa a tutto il corpo riveste un ruolo cruciale nella corretta stadiazione di malattia andando, non solo a valutare l’entità del tessuto tiroideo residuo (che può restare in parte), ma a riconoscere eventuali lesioni metastatiche dei linfonodi e a distanza (osso, polmone in primis) con un impatto significativo sulla gestione del paziente.

La gestione dei pazienti a basso rischio

Le associazioni italiane di endocrinologia e medicina nucleare hanno redatto delle raccomandazioni al fine di garantire una gestione ottimale e univoca di questi pazienti. I pazienti a ‘basso rischio’ vengono trattati con l’asportazione della porzione di tiroide interessata dal tumore, a cui deve seguire una terapia tiroidea sostitutiva. Per i soggetti con ‘rischio intermedio o intermedio-basso’ l’ attuale miglior standard di trattamento prevede l’asportazione della tiroide in toto, l’eventuale eliminazione di focolai residui con I131 e il controllo del trattamento con la scintigrafia dopo I131. Questa tecnica è generalmente in grado di rilevare metastasi a distanza e linfonodi con buona accuratezza. Le forme ‘differenziate’ reagiscono molto bene alla terapia con radioiodio: i dati parlano di una prognosi favorevole a 5 anni nell’85% dei casi.

La terapia sostitutiva per la tiroide

In questa fase, perchè il trattamento con I131 sia efficace occorre avere alti livelli di TSH nel sangue. In passato per ottenere questo effetto si sospendeva la terapia sostitutiva per almeno 30-40 giorni lasciando il paziente senza ormoni tiroidei e determinando uno stato di ipotiroidismo mal tollerato e complicato da alcuni rischi (quali astenia, affaticamento, aumento ponderale, intolleranza al freddo, comparsa di edemi, stipsi ostinata con forti limitazioni sulla qualità di vita e l’attività lavorativa). La forma sintetica del TSH invece permette di ottimizzare il trattamento senza disagi per il paziente in quanto si aumenta artificialmente il TSH senza causare sintomi e disturbi.

Fonte: insalutenews.it