SenoClinic

Unità di Senologia


Casa di Cura Privata

Villa Benedetta

Circonvallazione Cornelia, 65

00165 Roma

Tel. 06.66.65.23.63

 

Responsabile Unità di Senologia

Dr.ssa Simonetta Rossi

 

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La vita dopo il tumore al seno

Molte donne, dopo aver superato le terapie per combattere un tumore al seno, spesso tornano alla «normalità», ma devono lottare con gli effetti collaterali della malattia e delle cure a lunga distanza. Osteoporosi, sessualità e fertilità sono temi centrali nella fase post-guarigione molto legati alle terapie oncologiche, ma ancora poco discussi.

Gli effetti della terapia ormonale sulle ossa

In Italia sono circa 250mila le donne che ogni anno iniziano una terapia ormonale con inibitore dell’aromatasi per un tumore mammario e sono soggette dunque a un’alterazione della mineralizzazione ossea. Gli inibitori degli aromatasi riducono gli estrogeni a un livello estremamente basso: questo meccanismo d’azione da una parte è funzionale e protettivo per il seno, dall’altra produce però una notevole accelerazione del riassorbimento osseo, che può produrre danni alla struttura ossea. Nelle donne più giovani, poi, il salto da una situazione ormonale tipica dell’età fertile al blocco degli estrogeni può essere ancora più problematico.

I farmaci contro l’osteoporosi

A preoccupare è soprattutto il fatto che soltanto una donna su quattro che fa ormonoterapia riceve il trattamento indicato per i disordini del metabolismo dell’osso. Le linee guida evidenziano che il rischio di fratture è elevato già nel primo anno dall’inizio della terapia ormonale adiuvante e non è correlato all’età della paziente. In base all’aggiornamento della nuova nota 79 dell’Agenzia Italiana del Farmaco e alla ridefinizione dei criteri di rimborsabilità da parte del nostro Ssn basta iniziare la terapia con inibitori dell’aromatasi per poter accedere al rimborso dei farmaci indicati contro l’osteoporosi.

I problemi legati alla sessualità

Circa una donna su quattro con tumore al seno non è ancora in menopausa al momento della diagnosi. Il 62% delle pazienti in età fertile al momento dell’intervento lamenta un netto calo del desiderio sessuale, ferita dell’immagine di sé, presenza di sintomi menopausali, difficoltà di lubrificazione con secchezza vaginale e dolore ai rapporti, difficoltà o impossibilità all’orgasmo, insoddisfazione sessuale. Le interessate spesso però tacciono per pudore. È necessaria una maggiore disponibilità di medici e psicologi che possano parlare anche di sessualità con le pazienti: è infatti stato documentato che solo il 15% tra le donne operate al seno riesce ad affrontare i problemi sessuali con il proprio medico e il 62% ne parla apertamente con il compagno.

I rimedi per migliorare la sessualità

È possibile agire sulla donna e sulla coppia riducendo alcuni sintomi legati alla menopausa con due linee di intervento. In caso di tumori ormono-dipendenti, si può prescrivere l’utilizzo di alcuni antidepressivi di ultima generazione e dei fitoestrogeni. In caso di tumori non ormono-dipendenti, l’utilizzo della terapia ormonale sostitutiva, inclusiva del testosterone, può alleviare i sintomi e ricreare le condizioni biologiche per migliorare la funzione sessuale. Inoltre, si può ridurre il fastidio durante i rapporti mediante esercizi finalizzati al rilassamento muscolare e allo stretching.

La fertilità compromessa

Circa 35mila donne con diagnosi di tumore al seno manifestano problemi riguardanti la propria fertilità, che può essere compromessa da qualsiasi trattamento che riduca il numero dei follicoli primordiali, che colpisca l’equilibrio ormonale o che interferisca con il funzionamento degli organi genitali. La chemioterapia riduce la riserva ovarica e gli effetti gonado-tossici sono influenzati dall’età (ovvero il rischio di amenorrea è più alto in donne con più di 40 anni), dalla riserva ovarica individuale, dal tipo e dosaggio di chemioterapia e dal tipo di tumore.

Diventare mamme dopo il tumore al seno

Le principali tecniche di preservazione della fertilità attuali includono la criopreservazione dell’embrione, che è attualmente l’approccio più efficace. La percentuale di sopravvivenza varia tra il 35 e il 90% a seconda dei centri di riferimento, mentre la percentuale di impianto riuscito è tra l’8 e il 30%. La criopreservazione di tessuto ovarico è un metodo veloce, facile, poco costoso che consiste nelle crioconservazione di strisce di corticale dell’ovaio. C’è poi il trattamento con analoghi del GnRH: l’obiettivo è tenere a riposo l’ovaio mediante la soppressione delle gonadotropine ipofisarie così da ridurre la vulnerabilità ovocitaria ai chemioterapici. La crioconservazione di ovociti maturi è invece una tecnica problematica con un tasso di gravidanze riuscito del 2% circa, mentre la crioconservazione di ovociti immaturi dopo la maturazione in vitro è indicata in pazienti selezionate e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti. Meno utilizzate sono la schermatura ovarica per ridurre la dose di radiazioni ricevuta e la trasposizione ovarica.

 

Fonte: corriere.it